l’algoritmo-umano-ci-salvera-dall’overtourism?

Intervista a Elisabetta Faggiana, founder di Unexpected Italy

Ti è mai capitato di tornare da un viaggio più stressato di quando sei partito? Di fare la fila per ore solo per scattare quella foto che hanno fatto tutti, di mangiare in un ristorante “tipico” che di tipico non aveva nulla, di sentirti un numero in mezzo a una massa di turisti invece che un viaggiatore?

Se la risposta è sì, non sei solo. E forse è arrivato il momento di ripensare completamente il modo in cui viaggiamo.

Nell’episodio 63 di Travel Therapy, ho avuto il piacere di intervistare Elisabetta Faggiana, CEO e founder di Unexpected Italy, una startup travel tech che sta provando a fare qualcosa di rivoluzionario: salvare l’Italia dall’overtourism attraverso quello che lei chiama “algoritmo umano”.

Da Londra a un viaggio italiano di 4 anni

Elisabetta non è sempre stata un’imprenditrice del turismo sostenibile. La sua storia inizia a Londra, dove insieme al marito Savio Losito (che lei definisce affettuosamente “un mappatore seriale” con quasi 100 milioni di visualizzazioni su Google Maps) aveva creato Unexpected London: esperienze per piccoli gruppi che scoprivano la Londra autentica, quella delle comunità locali, lontana dai circuiti turistici.

Ma è stato un episodio a Genova a cambiarle la visione del viaggio.

“Mi sono trovata in questo bellissimo palazzo affrescato,” mi racconta nell’intervista, “convinta di stare in una palazzina residenziale. Invece era diventato un dormitorio per turisti. Non c’era più vita, non sentivi odore di cucina nei corridoi, nessun rumore di famiglia. Solo stanze tutte uguali e il rumore dei trolley trascinati su e giù.”

Quel momento le ha fatto capire di essere diventata “complice inconsapevole” di un sistema che sta svuotando le nostre città. Le botteghe artigiane chiudono, i negozi di souvenir si moltiplicano, le trattorie storiche cedono il passo ai ristoranti “fotocopia” per turisti.

E così, nel 2020, Elisabetta e Savio lasciano Londra e intraprendono un viaggio che dura ancora oggi: mappare l’Italia metro quadro per metro quadro, incontrando personalmente artigiani, osti, produttori e piccoli albergatori che resistono all’omologazione.

Il paradosso dell’overtourism: 75% di turisti su 5% del territorio

I numeri sono impressionanti e li abbiamo approfonditi durante la puntata: il 75% dei turisti visita solo il 5% dell’Italia. Firenze ha 25 turisti per ogni abitante, Venezia 47, Bolzano addirittura 69.

“Il turismo è responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra,” spiega Elisabetta. “E non è solo un problema ambientale. Quando le case si svuotano di residenti, scompaiono i servizi per loro: il fruttivendolo, il macellaio, il calzolaio, l’artigiano.”

Ma c’è un altro paradosso di cui abbiamo parlato a lungo: la difficoltà di distinguere l’autentico dal finto.

“Quanti americani riescono davvero a distinguere la drogheria autentica da quella trasformata in negozio di souvenir?” si chiede Elisabetta. “A Roma quanti ristoranti ci sono che fanno la pasta davanti alla finestra e te la danno nella padella? È il primo segno di trappola turistica, ma per chi non lo sa sembra autentico.”

E io le ho raccontato del Van Gogh Café di Bucarest: un posto che non ha nulla a che fare con la città, ma è diventato un must-see sui social. File interminabili di persone per fare colazione, tutti che dicono “è bellissimo ma si mangia male” – eppure continuano ad andarci. Perché? Perché “se non sei stato al Van Gogh Café, non sei stato a Bucarest.”

L’algoritmo umano: quando la tecnologia incontra il sapere locale

Ed è qui che entra in gioco la soluzione proposta da Unexpected Italy: l’algoritmo umano.

“L’Intelligenza Artificiale da sola non può salvarci,” mi spiega Elisabetta. “Se l’AI viene alimentata con milioni di dati costruiti su una promozione parziale e massificata del territorio, il rischio non è ridurre i flussi turistici, ma amplificarli. Un algoritmo che impara da dati sbagliati produce decisioni sbagliate.”

L’algoritmo umano è diverso. Combina due elementi chiave:

  1. Un software di screening che valuta i business locali su criteri precisi: impatto sociale, impatto ambientale, identità territoriale, qualità dell’ospitalità
  2. Un sistema di raccomandazioni verificate dove solo esperti e professionisti del territorio possono segnalare luoghi – gastronomi, sommelier, altri ristoratori che conoscono personalmente chi si rifornisce dove e come lavora

“Se entri in una gastronomia,” mi dice Elisabetta, “il gastronomo ha una conoscenza pazzesca dei produttori locali che si tiene per sé. Se metti a sistema tutti questi piccoli saperi, crei qualcosa di potentissimo.”

Unexpected Italy: non un’app di prenotazione, ma una comunità

L’app di Unexpected Italy (disponibile su iOS e Android) funziona come una “Lonely Planet 3.0”: geolocalizzata, targetizzata, con guide digitali avanzate che permettono di scoprire i territori provincia per provincia.

E qui c’è un aspetto che mi ha colpito molto: Unexpected Italy non prende commissioni.

“Vogliamo incentivare le prenotazioni dirette,” spiega Elisabetta. “Il 100% di quello che spendi va alle persone che ti accolgono. Per entrare nella piattaforma è gratuito: vogliamo una selezione meritocratica. Poi chi vuole maggiore visibilità paga una fee annuale che copre i costi, ma niente commissioni sulle prenotazioni.”

L’app ha un modello freemium: la versione base è gratuita e permette già di scoprire luoghi selezionati, contattare direttamente gli host, accedere a consigli locali. La versione premium offre guide digitali complete con itinerari filtrabili per interessi, navigazione GPS live, e soprattutto benefit esclusivi: non solo sconti, ma esperienze – l’accesso a un laboratorio artigiano, l’aperitivo in una bottega storica, la bottiglia di vino che trovi in camera.

“Non puntiamo solo sulla cosa economica,” precisa Elisabetta. “Puntiamo a farti sentire parte di qualcosa di speciale.”

I “Ribelli con le Radici” e il Manifesto dell’Ospitalità Etica

Durante l’intervista abbiamo parlato molto di chi popola Unexpected Italy: i “Ribelli con le Radici”, come li chiama Elisabetta.

Sono quasi 500 tra ristoratori, albergatori, artigiani e produttori che hanno firmato il Manifesto dell’Ospitalità Etica scegliendo:

  • L’etica alla scorciatoia
  • La qualità al compromesso
  • La responsabilità alle mode passeggere

Ad oggi Unexpected Italy ha mappato 13 province italiane: Barletta, Firenze, Genova, Macerata, Matera, Milano, Modena, Roma, Torino, Valle d’Itria, Venezia, Vicenza e Padova. E nel 2026 partiranno eventi in giro per l’Italia per connettere le comunità locali tra loro.

Le domande scomode (e necessarie) che ci siamo fatte

L’intervista non è stata solo celebrativa. Abbiamo affrontato anche le domande difficili:

“Ma se tutti vanno nei posti segreti, non diventano mainstream?”

La risposta di Elisabetta: “Non condividiamo quasi nulla sui social. L’app ci permette di targetizzare: far scoprire ai viaggiatori posti in linea con il loro DNA, non dire a tutti di andare negli stessi luoghi. E ci sono posti ‘top secret’ visibili solo a una cerchia ristretta.”

“Come fai a visitare monumenti iconici senza stress?”

“Non diciamo ‘non vedere il Colosseo’,” spiega Elisabetta. “Diciamo: sappi QUANDO vederlo per evitare la folla. E mentre sei a Roma, dove mangi? Dove dormi? Lì entriamo in gioco noi. Aiutarti a mangiare in posti che lavorano con etica, a scoprire una chicca inaspettata vicino al Colosseo che ti rimane più nel cuore.”

“Non è elitario questo approccio?”

Qui la conversazione si è fatta interessante. Abbiamo parlato di “turismo basso” vs “turismo alto” – non in senso economico, ma culturale.

“C’è una grandissima fascia di viaggiatori,” dice Elisabetta, “che viaggia in modo massificato non perché non vuole fare diversamente, ma perché non ha il tempo, la curiosità, la conoscenza di alternative. Nel momento in cui le scoprono, cambiano prospettiva.”

Dal “devo vederlo” al “voglio viverlo”

Uno dei momenti più autentici dell’intervista è stato quando ho condiviso la mia esperienza personale: sono andata a Parigi almeno 20 volte, ma non sono mai salita sulla Tour Eiffel.

“Mi piace Parigi CON la Tour Eiffel, non DALLA Tour Eiffel,” le ho detto. “Eppure la gente mi dice sempre ‘Ma non ci sei mai andata?’ No, perché non mi interessa. Ci sono mille cose che mi interessano di più.”

Elisabetta ha colto perfettamente il punto: “Bisogna passare dal concetto di ‘vado in un posto per dire di esserci stato’ a ‘ci vado e me lo vivo per me stesso’. Non è una rincorsa alle 8:00 questo, alle 10:00 quello. È permettersi di perdere 2-3 ore a parlare con un artigiano che ti racconta storie pazzesche.”

E mi ha fatto riflettere quando ha detto: “Non è che devi vedere solo i monumenti. Devi anche mangiare, dormire, magari fare shopping. Lì che entra in gioco quello che facciamo noi: aiutarti a fare queste cose in modo autentico, etico, consapevole.”

Il problema della bulimia da highlight

Un tema che abbiamo affrontato è quello della bulimia da highlights: persone che dicono “piuttosto non mangio, ma devo vedere tutto, devo fare le foto su tutto.”

“Che cosa ti rimane?” mi chiede Elisabetta. “Una serie di foto dove mentre vedi un monumento pensi già alla visita dopo. È uno stress. Pensa a una persona che viene a Roma 4 giorni – come fai a capire cosa vedere? Impazzisci.”

Le ho raccontato della mia preparazione per San Paolo: “Non è che posso dire ‘mi perdo per San Paolo’. È una megalopoli, c’è una questione sicurezza, tempo. Ma una volta che selezioni il quartiere, ti puoi perdere in modo consapevole.”

Ed Elisabetta ha aggiunto un punto importante: “Non è che una conoscenza anticipata del territorio ti esclude il fatto che poi scopri tante altre cose. Anzi. Ma selezioni dove perderti, invece di andare completamente a caso.”

Gli amici che tornano da Roma “stressatissimi”

Un momento dell’intervista che mi ha fatto sorridere amaramente: Elisabetta mi racconta di amici andati a Roma che sono tornati dicendo “È stato un incubo. Siamo tornati più stressati di prima.”

“E non avevano usato la nostra app,” aggiunge ridendo.

È esattamente quello che succede quando si viaggia con il pilota automatico delle “cose da vedere assolutamente”. Il paradosso è che spesso queste liste vengono da persone che non sono mai state in quel posto.

“Molti operatori turistici ti vendono viaggi senza essere mai andati in un posto,” dice Elisabetta. “Lo vedono dal catalogo. Ci siamo provati a parlare con qualche operatore classico, ma vedi proprio che siete su due binari completamente diversi.”

Il 2026: tour, eventi e una community in crescita

Elisabetta mi ha anticipato che il 2026 sarà un anno importante per Unexpected Italy: stanno organizzando un tour di eventi in giro per l’Italia.

“Vogliamo unire la comunità locale,” mi spiega, “perché spesso queste eccellenze del territorio tra loro non si conoscono. Diventiamo un collante sociale per connettere imprenditori visionari che condividono lo stesso modo di fare ospitalità – dall’artigiano al proprietario dell’hotel, al ristoratore, al produttore. Uniamo poi anche stampa, media, viaggiatori.”

L’idea è creare una vera community di viaggiatori consapevoli che vogliono “ridare qualcosa ai territori” attraverso un modello di club con contenuti esclusivi, interviste, benefit.

Parlare con Elisabetta mi ha fatto riflettere su molte cose. Sul fatto che spesso non viaggiamo male per cattiveria, ma per mancanza di alternative accessibili. Sul fatto che la tecnologia può essere parte della soluzione, ma solo se guidata dall’intelligenza e dall’etica umana. Sul fatto che ogni nostra prenotazione è un voto – per un modello di turismo o per un altro.

Mi ha colpito la sua visione non giudicante: “Non è che tutti quelli che fanno turismo di massa sono sbagliati. Molti semplicemente non conoscono alternative, non hanno tempo di cercarle. Nel momento in cui le scoprono, cambiano.”

E mi è piaciuta la sua onestà nell’ammettere che il turismo di massa non sparirà mai: “Ci sarà sempre. Ma ci sono sempre più viaggiatori che vogliono viaggiare in modo alternativo. E noi vogliamo dare loro gli strumenti per farlo.”

Nel suo TEDx, Elisabetta propone un cambio radicale di prospettiva: invece di contare quanti monumenti abbiamo spuntato dalla checklist, dovremmo contare quante persone abbiamo incontrato.

Durante l’intervista le ho chiesto: “Ma siamo onesti, quanti di noi tornano da un viaggio e raccontano di persone invece che di luoghi?”

La sua risposta è stata illuminante: “È difficile liberarsi dall’ansia da Instagram, dalla paura di essersi persi ‘quel posto’ che hanno fatto tutti. Ma quello che bisogna fare è passare dal ‘vado per dire di esserci stato’ al ‘ci vado e me lo vivo’. Se durante il percorso una cosa mi prende 2-3 ore perché inizio a parlare con un artigiano che mi racconta storie pazzesche, posso permettermi di farlo. Non c’è questa rincorsa cronometrica.”

Questa conversazione con Elisabetta è stata ricca, profonda, a tratti provocatoria. Abbiamo parlato di molti più temi di quelli che ho potuto riassumere qui: dalla democratizzazione del viaggio al ruolo degli influencer, dal problema delle checklist social alla responsabilità degli operatori turistici.

Se ti interessa il futuro del turismo, se sei stanco di viaggiare come tutti gli altri, se ti sei mai chiesto “ma c’è un modo diverso di vedere il mondo?” – allora questo episodio di Travel Therapy fa per te.

Ascolta l’episodio completo su Spotify e scopri come l’algoritmo umano potrebbe davvero salvarci dall’overtourism.

E se vuoi iniziare a viaggiare in modo diverso, scarica l’app Unexpected Italy (disponibile su iOS e Android) e scopri l’Italia che non ti aspetti.